Counseling: distruggerlo o riformarlo?

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Cosa dovrebbe fare lo Stato nei confronti dei counselor? E cosa dovrebbe fare l'Ordine degli Psicologi?

Noi psicologi rischiamo di fare come i calzolai che vanno con le scarpe rotte: aiutiamo gli altri ad essere consapevoli e poi non ci accorgiamo dei processi che ci riguardano.
Non ho paroleeee! È tutto uno schifooooooo! Vergognaaaaa! Dajeeee! Famolarivoluzione! Protestiamoooo! Mobilitiamocicliccandomipiaceeee! 
È uno strano paradosso. Prendiamo ad esempio il Marketing pubblicitario o la Propaganda dei partiti. Noi psicologi abbiamo tutti gli strumenti per analizzare le tecniche con cui vogliono influenzarci e farci comprare il loro prodotto - che sia uno shampoo al rabarbaro o un movimento politico.
Sono tecniche che se vi chiedono di individuarle in una pubblicità del Colgate o in un articolo di Sallusti le sapete riconoscere senza sforzo. Come mai allora quando queste stesse tecniche vengono utilizzate per influenzare il nostro giudizio riguardo all'Ordine, all'Enpap, al CNOP e agli altri aspetti della nostra Professione siamo ciechi e sordi e abbocchiamo acriticamente a qualunque cosa?
Alcuni dicono che dipende dal fatto che "la gggente" è pigra e acritica. Altri dicono che dipende dalla "cultura del like". Posto che il "mi piace" di Facebook è uno dei 7 Sigilli dell'Apocalisse e della Rovina, ma io so che i miei colleghi non sono affatto né passivi né stupidi. Uhm, forse dipende dal disinteresse... ma non divaghiamo.

Ciclicamente viene fatta la chiamata ai forconi riguardo al counseling psicologico:
Non ho paroleeee! È tutto uno schifooooooo! Vergognaaaaa! Dajeeee! Famolarivoluzione! Protestiamoooo! Mobilitiamocicliccandomipiaceeee!  
Se preferite spostarvi dal piano della propaganda e della sommossa populista, le domande che dovreste farvi sono:
  1. Cosa dovrebbe fare lo Stato nei confronti di chi pratica counseling?
  2. Cosa dovrebbe fare l'Ordine degli Psicologi nei confronti di chi pratica counseling?
Rispondere con un generico "fate qualcosa" è infantile e deresponsabilizzante. Piuttosto: cosa vorreste voi che l'Ordine degli Psicologi chieda allo Stato? Che arresti tutti i counselor come fa con i membri della 'Ndrangheta? Che arresti alcuni counselor che esercitano abusivamente la nostra professione - come fa con gli odontotecnici che si spacciano per dentisti e i massaggiatori che si spacciano per fisioterapisti? Che non arresti nessun counselor e lasci fare al Libero Mercato?

Commentando su Facebook il mio articolo "La ASL che dà lavoro ai Counselor ma non agli Psicologi" con alcuni colleghi, tra i quali +Antonio Amatulli+Giulio De micco e Sandra Vannoni sono emersi degli spunti interessanti. Solo lo scambio e il confronto generano cultura.

Ora tocca a voi: condividete il vostro punto di vista sul counseling rispondendo alle 2 domande. Non limitatevi al "mi piace" o al +1 o al retweet!
Ma prima, come esercizio catartico, urliamo tutti in coro e a squarciagola:
Non ho paroleeee! È tutto uno schifooooooo! Vergognaaaaa! Dajeeee! Famolarivoluzione! Protestiamoooo! Mobilitiamocicliccandomipiaceeee! 
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La ASL che dà lavoro ai Counselor ma non agli Psicologi

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Counsellor nelle ASL? Se fanno il lavoro dello Psicologo bisogna denunciare alla Magistratura.


A Siracusa la ASL ha fatto un bando di gara in cui affida un progetto di prevenzione dell'HIV ai counselor. Lo denuncia il gruppo politico Altrapsicologia.
Tra le figure ricercate, tutte ben regolamentate dalla Legge e con laurea attinente* (medico, infermiere, interprete) spunta un ‘counselor’, da compensare con ben 12mila euro!
Sinceramente non ho potuto verificare i dettagli della vicenda, ad esempio: i 12mila€ tra quanti counselor vengono divisi? Quanto va a testa? E soprattutto cosa dovrà fare il counselo in questo progettor? È di sostegno all'interprete? Ha mansioni educative? O svolge funzioni che dovrebbe svolgere lo Psicologo?

Penso, purtroppo, che le cose stiano proprio così, e cioè che gli vengano chieste mansioni tipiche e riservate per legge allo Psicologo. Da anni denuncio che spesso in Italia il counselor non fa il conunselor, ma di fatto fa lo Psicologo se non addirittura lo PsicoterapeutaL'abuso professionale non può più essere tollerato!

Non basta inviare un'email cortese al CNOP o lamentarsi o pignucolare tra di noi: dobbiamo DENUNCIARE la ASL per incitamento all'abuso professionale. Non sono un avvocato, probabilmente il reato di "favoreggiamento all'abuso professionale" non esiste, ma sono certo che se un'Istituzione assume un idraulico per fare il chirurgo la cosa va contro la legge. Se le cose stanno come dice AP, dobbiamo tempestare di email il responsabile della Commissione Tutela del nostro Ordine e il Presidente del CNOP chiedendo di denunciare alla Magistratura la ASL di Siracusa e i dirigenti che hanno scritto il bando. Che sia di esempio per tutti.

Prima di accendere le torce e prendere i forconi però dobbiamo avere qualche informazione in più. Non è che si può denunciare uno a cuor leggero, sennò poi vieni denunciato tu a tua volta, e la cosa non è piacevole. L'articolo di AP purtroppo non riporta alcun link. Cercando nella pagina dei bandi e delle gare della AUSL 8 di Siracusa non sono riuscito a individuare il bando (non ho avuto il tempo di aprirli uno ad uno).

Dai commenti dell'articolo, comunque, si evince chiaramente che i diretti interessati non erano stati interpellati prima di scrivere il pezzo. Io sono dell'idea che prima di denunciare o anche solo accusare qualcuno è molto più corretto chiedergli prima come stanno i fatti. Tanto più se è un tuo collega e lo conosci di persona.
Aivoglia poi a spiegare che non era quello l'intento, che era per condivisione, che volevi dire altro, che era tanto per dire.... Se scrivi il nome di uno in rosso e maiuscolo affiancandolo alle accuse di abuso, scorrettezza, peste e infanticidio non c'è bisogno di essere laureati in psicologia per capire che effetto fa!

Il Presidente del CNOP Fulvio Giardina ha replicato nei commenti:
Non è vero che l’Ordine siciliano è stato in silenzio: appena avuta notizia se ne è discusso in Consiglio; non è vero che il Cnop è in silenzio: appena avuta notizia è stato trasmessa all’ufficio legale la delibera dell’Azienda sanitaria per i provvedimenti del caso
Ma si tratta di un commento non ufficiale. Chi ha ragione? Zanon o Giardina? Nel sito dell'Ordine della Sicilia non trovo nulla. Sul sito del CNOP neppure (se hanno dato mandato ai legali vanno nella direzione che dico io: denunciare senza pietà!). Senza dati concreti sottomano non possiamo dirlo.

Quindi, care colleghe e cari colleghi, se avete informazioni più accurate condividetele, la condivisione di informazioni e lo spirito di colleganza sono le uniche armi che abbiamo noi "normali" iscritti!


*In realtà l'interprete non ha una laurea attinente (si può esserlo anche senza laurea in lingue) e ha lo stesso riconoscimento dei counselor.
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I progetti sono solo idee o sono un lavoro? E il lavoro va sempre retribuito?

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I progetti sono "solo idee"? Alcuni pensano di sì, altri pensano che siano un vero e proprio lavoro. Alcune riflessioni ad alta voce.


Uno dei lavori più accessibili a chi si laurea in Psicologia è quello del progettista. Ci sono offerte di lavoro, corsi (a pagamento)i, aziende e cooperative che lavorano con bandi pubblici e privati... Quando aiuto i futuri colleghi a preparare la II prova dell'Esame di Stato insisto molto sul fatto che imparare a progettare non serve solo per superare l'EdS ma può trasformarsi in un vero e proprio lavoro.

Progetto è sinonimo di idea?

Spesso sui social ho preso in giro il vezzo di alcuni colleghi che scrivono "progettualità" al posto di "progetto" (che è come dire laboriosità invece di lavoro o gratuità invece di gratis).
Al di là dell'errore linguistico, è fondamentale comprendere che l'idea sta al progetto come il sesso sta al parto. Se pensate che la gestazione e il travaglio siano "accessori" forse è il caso che i genitori vi facciano un certo discorsetto sulle api...

Un progetto non è "solo un'idea", come fare un figlio non è fare "solo sesso". Ma poi, mi spiegate che senso ha dire "solo idee"? È proprio l'idea che ti viene pagata, ma non l'idea "nuda e cruda": lavorare come progettista significa rendere quell'idea operazionalizzabile, spendibile, concreta, economica e appetibile. E scriverla in modo efficace e sintetico. Tutto questo richiede studio, energie e tempo ed è lavoro.

Volete altri esempi? Il giornalista: Il primo step è l'idea (su cosa scrivo? a chi? come?). Poi c'è la fase della documentazione, della scrittura etc. Dire in spiaggia: "Sarebbe interessante parlare di XY" è un'idea. Scrivere l'articolo è un lavoro.  L'architetto: non ve lo spiego neppure: chiedete quanto cosa un progetto ad un architetto e capirete...
Anche nei progetti degli psicologi l'idea è solo il punto di partenza; il progetto è tutto ciò che viene dopo.

Quindi i progetti sono "solo idee"? No, no e ancora no. Fare un progetto è un lavoro.

Essendo un lavoro, va sempre retribuito? Io dico "Ni"

Aspettate! Prima di saltarmi alla giugulare perché non ho scritto NO a caratteri cubitali, seguite il mio ragionamento. Nel post Call for Ideas: meglio inviare il proprio progetto o tenerselo? scrivevo:
I progetti sono frutto di molte ore di studio e di lavoro e il lavoro va retribuito. 
A chi non lavora in questo ambito sembrano sciocchezze, tipo: «In confronto a chi zappa non puoi chiamarlo lavorooooo!», ma le professioni intellettuali si basano proprio sull'intelletto.
(E comunque anche chi zappa se non ci fosse stato qualcuno che avesse ideato la zappa e avesse studiato tempi e modi di coltura starebbe ancora a dissodare il terreno con un bastone appuntito ottenendo 3 spighe per ettaro).

Gran parte degli psicologi ha un rapporto conflittuale con il denaro, non ho le percentuali ma sono sicuro che siamo in assoluto la categoria che fa più lavoro gratuito dell'intera galassia. È che in fondo in fondo siamo i primi a credere che i progetti sono "solo idee", che il colloquio e la psicoterapia sono "solo 4 chiacchiere" etc.

→ Consiglio di lettura: la storiella dello Psicologo e del Manager

Ma che significa "retribuzione" o "guadagno"?

Sembra semplice come domanda, eh? Invece no. Il guadagno può avvenire in molti modi:
  • Pagamento: in molti casi il guadagno è immediato: pagare moneta, vedere cammello. Pattuiamo un prezzo, tu mi dai i soldi e io ti do il progetto.
  • Stipendio: sei assunto o collabori come libero professionista in una Azienda, un Ente, una Fondazione o un'Istituzione e uno dei tuoi compiti (o quello principale) è quello di cercare bandi, ideare e scrivere progetti e vieni pagato mensilmente.
  • Volontariato: l'unico guadagno è di tipo morale. Niente soldi, offri gratuitamente il tuo tempo, le tue energie e le tue risorse per uno scopo etico.
  • Investimento: attento qui perché è un punto delicato: semini oggi ma raccoglierai domani. Investire significa fare un calcolo di probabilità, un bilancio di rischi e benefici e decidere che il guadagno possibile di domani giustifica il sacrifico gratuito di oggi. 
A questo punto potremmo parlare di quelle forme di volontariato a vita che non portano ad alcun guadagno e che non sono vero volontariato perché sono fatti nella speranza che "da cosa nasce cosa" e sono una pessima forma di investimento. O dei mille, diecimila colloqui, corsi, lezioni, primesedute etc. gratuiti che non generano alcun profitto né nel breve né nel lungo periodo. Ma restiamo sul pezzo.

Si scrive "Idea" si legge "Lavoro"

Lo spunto per queste riflessioni mi è venuto leggendo il post di +Carmelo Di Mauro e alcuni commenti di +Federico Zanon  e +Alessandro Lombardo su Facebook.  Il nome "Call for Ideas" è fuorviante perché viene chiesto di inviare via PEC non "ideas" ma "progetti".

Dicono che inviare all'Enpap il proprio progetto è come inviarlo in risposta a un Bando o mostrarlo ad un potenziale acquirente. Non è così. I progetti inviati all'Enpap sono vincolati da una liberatoria e verranno pubblicati in una pubblicazione online e cartacea. Ciò significa che il tuo progetto verrà visto dai competitor. Lo so, è brutto ragionare in termini di professione, ma dobbiamo renderci conto che se sei libero professionista ogni collega che non collabora con te è un potenziale competitor. Voi direte:
«Anche se non guadagno io direttamente il mio lavoro genererà  un guadagno all'intera categoria quindi di fatto anche a me».
Esatto. Se la pubblicazione avrà successo verranno creati i SIB. Non è detto che a beneficiarne sarai tu che hai regalato il progetto all'Enpap, ma comunque la categoria avrà un vantaggio. Perché la Call è un investimento.
  • Alcuni colleghi pensano sia un buon investimento, e cioè che alla fine ci guadagneranno anche loro, se non oggi tra 5 o 10 anni.
  • Alcuni colleghi contribuiscono in ottica di volontariato, cioè regalano il proprio lavoro per il bene della categoria pur sapendo che a loro non arriverà mai 1€ in tasca.
  • Altri, infine, pensano che sia un cattivo investimento, come gli zecchini di Pinocchio nel Campo dei Miracoli.
Chi ha ragione? Nessuno lo sa. Essendo un investimento "lo scopriremo solo vivendo". Poiché però si tratta di una valutazione soggettiva, lasciatemi dire che trovo odioso chi insulta, sfotte e denigra i colleghi che hanno valutato che non è un buon investimento dicendo che sono paranoici, megalomani, ristretti di mente, egoisti etc.

Se tu vuoi investire nelle azioni della Sfrigolix perché pensi che sia l'investimento del secolo fallo pure, ma pensare che la tua scelta di investimento sia l'Unica Scelta Giusta Proba e Intelligente è da sciocchi, te ne rendi conto, vero?

In conclusione: che fare?

Inviare o non inviare i progetti all'Enpap? La mia risposta: decidete voi. Le riflessioni che vi offro non sono per indottrinarvi ma per offrire maggiori elementi in base ai quali decidere. È un investimento: se credi che ti porterà qualcosa - a livello individuale o collettivo - fallo. Se credi che sia una perdita, non farlo.

Tutto questo discorso sul guadagno e i progetti mi ha fatto venire in mente un simpatico video che circolava tempo fa su YouTube, applicabile anche agli psicologi. Buona visione!

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Call for Ideas: meglio inviare il proprio progetto o tenerselo?

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Call For Ideas e Social Impact Bond: è più facile spiegare a una casalinga molisana la differenza tra psicoanalisti e psichiatri. I motivi di chi aderisce e quelli di chi preferisce non aderire.


Il 30 novembre scadrà la "Chiamata alle Idee". Se avete un progetto da inviare all'Enpap dovete sbrigarvi. Come al solito, valutiamo i motivi del sì e del no, cioè le motivazioni di chi sostiene questa iniziativa e quelle di chi non vuole aderire.
Siccome tra gli psicologi c'è parecchia confusione - forse perché noi italiani con tutti questi nomi in inglese ci confondiamo - da bravo casalingo molisano tento prima di chiarire alcune differenze
  • La "Chiamata alle Idee" esiste, è una raccolta di progetti realizzati o da realizzare i migliori dei quali verranno pubblicati in un volume e mostrati alla Pubblica Amministrazione e alla società.
    Se questo libro avrà successo e gli advisor/investitori dovessero fregarsi le mani leggendo questi progetti, allora l'Enpap tenterà di far realizzare i Social Impact Bond. Ma le due cose per ora sono slegate.
  • Le "Obbligazioni di Impatto Sociale" non esistono, sono strumenti finanziari dei quali ancora non si può dire nulla, né rischi né guadagni, un po' come di una automobile non si può dire quanto consuma, se sbanda nelle curve o se è eccessivamente costosa se prima non si sa di che macchina stiamo parlando.
    I SIB in Italia sono solo una proposta, non si sa se i figli dei nostri figli li vedranno mai. Ma se l'dea della Call andrà in porto esisteranno.

Perché partecipare alla Call for Ideas

Regalare il tempo, l'ingegno e le energie usate per scrivere i vostri progetti è un gesto nobile e meritorio nei confronti di tutta la nostra categoria professionale.
Se passerà l'esame, al vostro lavoro verrà data risonanza tramite una campagna di comunicazione nazionale a spese dell'Enpap (cioè per tutti noi psicologi) e un convegno di lancio nel 2015. E verrà pubblicato con tutti gli altri a spese dell'Enpap (cioè di tutti noi psicologi) in una pubblicazione sia cartacea che online e sarete invitati a partecipare ai tavoli di concertazione.
Infine, se lo Stato e il Mercato troveranno interessante questo volume, con i vostri progetti avrete contribuito alla nascita dei Social Impact Bond, i quali dovrebbero produrre un certo rendimento per l'Enpap (cioè per tutti noi psicologi).

Perché non partecipare

Molti colleghi del Lazio e di altre regioni che si occupano di progettazione mi hanno detto che non hanno partecipato alla Call perché i progetti sono frutto di molte ore di studio e di lavoro e il lavoro va retribuito. "Per i progetti già realizzati e per quelli che richiedono migliaia di euro per essere realizzati posso anche capirlo - mi ha detto un collega del Lazio - ma se sono realizzabili col piffero che li faccio pubblicare, sennò mi rubano l'idea!" (ok, non ha detto esattamente "piffero" ma fa lo stesso).
Una collega sarda mi ha fatto notare che nel Bando dell'Enpap c'è una sezione sugli Obblighi dei partecipanti ma non viene detto nulla riguardo alla tutela del proprio lavoro, anzi:
«La partecipazione al presente Bando comporta la completa ed incondizionata accettazione di quanto in esso contenuto nonché esplicita liberatoria per la pubblicazione dei contenuti».
I sardi, si sa, sono gente pratica e sospettosa, non gli freghi facilmente il porceddu da sotto il naso! Aiò! Fogu d'abbrugidi!

Consigli di lettura

Oltre alle pagine ufficiali dell'Enpap e un articolo del Fatto Quotidiano del 2012 (→New York, ora Goldman Sachs prova a fare profitti con il recupero dei carcerati), vi consiglio un recente  articolo di Eticanews, un sito di giornalisti professionisti indipendenti, intitolato "Quel Carneade di un social bond".

Per chi ha fatto il classico nell'era post backstreetboysiana, Carneade era un filosofo greco, piuttosto sconosciuto, citato da Don Abbondio ne I promessi sposi di Manzoni: «Carneade! Chi era costui?». Da allora è diventato il simbolo delle persone la cui fama ha brillato qualche istante e poi sono stati spazzati via dalla storia. È anche un modo per indicare qualcosa di sconosciuto (Social Impact Bond? Chi è costui?) e il titolo dell'articolo di Eticanews gioca proprio su questo per dire che poiché lo strumento SIB non esiste ancora, ogni discussione su benefici, costi, rischi etc. è priva di basi concrete.
Un po' come chiedersi se è meglio la III o la IV stagione di Extant, insomma.

PS. Avete riconosciuto la faccia sulla banconota da 100$? :)
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Abbiamo davvero bisogno degli Ordini regionali?

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La suddivisione in Regioni è ancora utile? Io ristrutturerei il Nazionale - con molta più trasparenza e possibilità di vigilanza e partecipazione - e manterrei strutture snelle nei territori come presidi per le situazioni locali.


Abbiamo davvero bisogno degli Ordini regionali?
Vi rispondo subito: secondo me no. Fine dell'articolo.

Ora quelli che hanno una capacità attentiva che supera i 30 millisecondi se gli va possono leggere anche perché penso che basterebbe un unico Ordine Nazionale con presidi sparsi nel territorio.

Capiamoci subito: non succederà mai. Non ora, e neppure nei prossimi 20 anni. In una scala di probabilità, è più facile che in Italia vengano aboliti tutti gli Ordini Professionali piuttosto che venga riformato così radicalmente l'Ordine degli Psicologi. riflettere sulle cose è comunque sempre un vantaggio.

Si dice Regionale, si legge Nazionale

Un primo motivo per cui abolirei gli Ordini Regionali riguarda il fatto che da quello che sento e che leggo le richieste che i colleghi fanno e le aspettative che hanno nei confronti degli Ordini sono quasi tutte richieste di competenza Nazionale: EdS, riordino dei curricola universitari, programma di valorizzazione su scala nazionale, intese con ministeri e altri Ordini professionali, convenzioni, presenza nelle scuole, nei carceri, nel SSN, nelle ASL etc.
Chiaramente l'ipotetico Ordine Nazionale non dovrebbe essere come l'attuale CNOP, ma una struttura trasparente e partecipativa. Gli psicologi non vogliono un ordine più regionale, vogliono un ordine più efficace. O almeno io la penso così.

Il web esiste! Sia lodato il Flying Spaghetti Monster

Un altro motivo è che siamo nel 2014, accipigna! Una delocalizzazione di cariche e uffici così capillare non serve. Ormai le riunioni del consiglio possono essere videotrasmesse, spostarsi in aereo o in treno non è più un viaggio della speranza tipo "il vecchierel canuto e bianco" e praticamente il 90% delle comunicazioni e degli atti si possono fare via internet.
L'adozione del voto elettronico da parte dell'ENPAP è un esempio di come può cambiare sensibilmente la gestione delle istituzioni quando noi psicologi ci arrenderemo al fatto che siamo nel XXI secolo.

Il presidio territoriale servirebbe ad avere "il polso" delle diverse realtà e a mediare gli interventi decisi dall'Ordine. Magari potrebbe distribuito in base alla densità territoriale. Che senso ha che le stesse strutture siano replicate nel Lazio e in Lombardia come in Val d'Aosta e a Bolzano, dove le riunioni di tutti gli iscritti possono essere fatte in una saletta da the (piccola)?
[→ per chi ha la facoltà umoristica atrofizzata alla Sheldon Cooper: è umorismo]

Banalmente: il risparmio

Tenete presente un fatto: una significativa % del vostro bollettino di iscrizione all'Ordine viene utilizzata per mantenere la struttura. Come dire che metto 10 litri di benzina nella macchina e 8 litri li beve solo per restare accesa invece che per trasportarmi!
Una piccola parte viene girata dai regionali al CNOP. A questo punto, meglio dare tutti direttamente al CNOP, no?
Decine di presidenti, vicepresidenti, tesorieri, consiglieri, centinaia di commissioni, gruppi di lavoro, decine di inutili giornalini... Ruoli duplicati che potrebbero essere soppiantati da un organismo più snello e meno costoso.

Servono davvero 22 bollettini?

Ecco prendiamo ad esempio i vari "bollettini": le energie investite nel creare 22 giornali diversi con contenuti mediamente poco incisivi per la realtà territoriale e professionale potrebbero essere invece usate per creare un unico giornale in cui vengono trattati i punti salienti della vita professionale degli psicologi, le prospettive per il futuro della professione e le esperienze territoriali (che così diventerebbero più facilmente patrimonio di tutti, mentre oggi un collega del Piemonte non sa quasi nulla di cosa hanno realizzato in Emilia-Romagna o in Veneto).
Senza però dover nominare 22 redattori, 22 grafici etc.

Servono davvero 22 siti?

Anche qui la risposta, secondo me, è no. Se fate un giro vedrete siti matusalemmici che vanno a carbone e siti ipertecnologici e superaccessoriati come la macchina dei Jetson (chi ricorda I Pronipoti?).  Che poi i contenuti in gran parte sono gli stessi. Non sarebbe meglio se invece di pagare 22 smanettoni si incaricasse uno studio di grafici professionisti? Certo, costerebbe un po' di più ma avremmo un sito pratico, elegante e costantemente aggiornato, con pagine regionali/territoriali.
Quando il mio Ordine decise di non rinnovare il contratto con EBSCO perché costoso e sottoutilizzato, io suggerii che il Consiglio Nazionale sottoscrivesse un unico abbonamento rendendolo accessibile a tutti gli psicologi italiani anziché stipulare un contratto in ogni regione con i disagi giustamente denunciati dal nuovo consiglio. In questo modo si potrebbe sottoscrivere la formula più vantaggiosa e allo stesso risparmiare sensibilmente. Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per molti altri servizi.

La funzione diversa delle cariche

Ad oggi, tranne le segretarie, i custodi e le signore delle pulizie, chi lavora nelle istituzioni degli psicologi ci lavora "a mezzo servizio" [→ vale la stessa raccomandazione su Sheldon].
Pur ricoprendo incarichi importanti attualmente svolge un proprio lavoro libero professionale o dipendente (università, scuole di psicoterapia, società private, ministeri, scuole etc.). E spesso ricopre più di un incarico istituzionale.
Se si creasse un unico Ordine Nazionale, chi ci lavora dovrebbe occuparsene a tempo pieno e dovrebbe essere retribuito di conseguenza. Anche i rappresentanti territoriali avrebbero chiaramente uno stipendio, proporzionato al lavoro che svolgono.
«Poco cambiato sarebbe» - direbbe Yoda e direste anche voi se foste verdi e di Dagobah.
In realtà no, perché lo stipendio delle cariche apicali sarebbe magari superiore ai 50.000e/70.000€ attuali, ma sarebbero comunque un numero molto minore, per cui il risparmio sarebbe sensibile.

In conclusione

Capisco che chiedere ai parlamentari di dimezzare stipendio, privilegi e poltrone è del tutto inutile. Se ascoltate le loro interviste in TV cercheranno di convincervi con tutte le argomentazioni sofistiche possibili che no, loro sono indispensabili, i soldi sono ben spesi anzi sono pure pochi, lavorano tantissimo e benissimo (il male è tutta colpa della legislazione precedente qualunque essa fosse) e che è "il miglior parlamento possibile".

Per questo, mutatis mutandis, sono convinto che una riforma così radicale delle istituzioni ordinistiche sia utopica. Ma sono anche convinto che essere più coscienti e ragionare può aiutare a migliorare le istituzioni. "Se non si sognano palazzi non si costruiscono neppure sgabuzzini".

E ora a voi, colleghi e colleghe: cosa ne pensate? E perché?
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Sentirsi parte della squadra

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Questo libro è utile non solo agli Psicologi del lavoro ma anche a tutti i dirigenti, i leader e i lavoratori che vogliono vivere il lavoro come occasione di crescita e benessere.


«In quanti al giorno d’oggi provano questa sensazione al lavoro?
Quanti dirigenti e team leader pensano a come creare uno spirito di squadra?
Passando in rassegna centinaia di studi scientifici ed economici sono state raccolte le prove di quello che sembra essere uno dei fattori più trascurati nella gestione del lavoro e delle organizzazioni del nuovo millennio.
Centinaia di miliardi di dollari vengono persi ogni anno a causa di questa cecità. Milioni di persone perdono il posto di lavoro a causa di questa mancanza. Tantissimi lavoratori vivono in stati di depressione e stress per colpa di una classe dirigente che non sa cogliere il vero significato del lavoro.
Commitment ed Engagement: due parole che possono fare veramente la differenza.
In quanto autore del libro (inizialmente scritto in funzione della mia laurea) mi sono trovato a scoprire un valore infinitamente più grande di quello che mi sarei mai aspettato di trovare.
Spero che tutti i lettori, dai dirigenti ai leader ai lavoratori, possano scoprire lo stesso valore e introdurlo nelle pratiche lavorative di tutti i giorni, mettendo in atto un processo in cui benessere e produttività crescano di pari passo, per dare finalmente un nuovo volto al lavoro del XXI secolo».
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Chiunque può fare lo Psicologo. I titoli e le certificazioni sono roba vecchia

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Un aeroplano decolla da Fiumicino diretto a Parigi. Raggiunta la quota di volo, il comandante come di consueto saluta i passeggeri all'interfono:
- «Signore e signori, è il comandante che vi parla. Stiamo volando a 6000 metri, il tempo è splendido e appena troverò dove c*** hanno nascosto il freno a mano il volo sarà tranquillo. Intanto siete pregati di reggervi alle maniglie del vostro koala e di non parlare al conducente».
Un signore di mezza età ferma la hostess che passeggia sorridente nel corridoio e un po' preoccupato le chiede:
- «Mi  scusi, signorina, siamo sicuri che qualcuno abbia verificato che questo comandante sappia pilotare un aereo e abbia ricevuto un addestramento adeguato?».
La hostess trasforma il sorriso in una smorfia di disprezzo e lo apostrofa:
- «Ma dico, signore, non si vergogna? Non sa che ormai c'è un definitivo ed esplicito abbattimento dei confini tra i vari saperi?
- (balbettando) Beh, veramente... 
- «E non sa che mentre noi stiamo qui a parlare di titoli e certificazioni le più grandi compagnie globali si stanno già organizzando su piattaforme multitasking del new career founding per lasciare ai futuri piloti la libertà di scegliere se fare le ore di volo o no?».
- «Mi perdoni, volevo solo sapere se il brevetto...».
- «Ancora con questa storia del brevetto? Ma basta! Siamo nel 2015!
Oggi non è sulle roccaforti che si costruisce la professionalità, ma sull'acquisizione di competenze trasversali che favoriscano le possibilità di lavorare nel mondo globalizzato! Sveglia!».
- «Sono d'accordo, però quando ha detto del koala...».
- (aggressiva) «Cos'è, ce l'ha coi marsupiali? Facile criticare, eh? Perché non propone progettualità innovative in grado di restituire intelligence e spunti d'azione koalistico-aereodinamici a questo volo?».
- (sempre più confuso) «Ma... ma...».
- «Niente ma! La preparazione di un professionista si vede dai risultati. Se il comandante sa guidare un aereo lo scoprirà alla fine del volo. Ora faccia la cortesia di reggersi alle maniglie del suo koala e non disturbi più, ok?».
Non so a voi, ma a me questa scenetta fa venire in mente che se uno ha le carte in regola per guidare un aereo o un autobus o un treno o un taxi lo vorrei sapere prima di salirci. Dopo può essere troppo tardi.
Ogni lavoro dovrebbe essere svolto da persone competenti. Ma certi lavori per la delicatezza e la potenziale pericolosità e il valore sociale esigono competenze certificabili per cui esigo che lo Stato mi tuteli.

Sono un bravo psicologo, fidati

Molti italiani pensano che lo Psicologo lo può fare chiunque, siamo tutti un po' psicologi, no? Non servono certificazioni, "basta che è bravo".
E chi lo dice che è bravo? Ma lui stesso, ovviamente! E se lo dice lui, vuoi non fidarti?
Anche alcuni colleghi la pensano così.
«Hanno il Complesso di Cenerentola» commenta con aria triste Ferenczi (che io solo posso vedere).
«Del masochista» lo corregge il Marchese de Sade intento a frustare Leibniz, «e anche un po' del Sadico. Dai retta e me che me ne intendo...».

Alcuni pensano si tratti di ka$ta o di privilegi. Io la vedo così: se chiedi soldi per portarmi in autobus lo Stato ti obbliga ad avere la patente. Anzi, ti obbliga ad averla anche se lo guidi gratis. Non basta che affermi di saperlo guidare. Per gli psicologi è la stessa cosa: chiamatela patente, esame di stato, abilitazione, certificazione... Basta che mi garantisca.

Io, Yoda, Ebeneezer, Ferenczi e tutti gli altri  miei "percetti senza oggetto" saluteremo con entusiasmo qualunque azione che riformi radicalmente la formazione e la selezione dello Psicologo. Ma ad oggi solo gabbiani e mare all'orizzonte.
- «Salve a tutti, qui è il comandante Schettino che vi parla. Tra poco faremo il pelo e il contropelo alle coste dell'Isola del Giglio, come da tradizione»
- «Ma è una manovra sicura, capitano?»
- «Certo. È tradizione!»
- «Ma potrebbe essere pericoloso! Sicuro che ha il brevetto?»
- «Sì che ce l'ho il brevetto. E ora rientrate nelle vostre cabine, c***!»
(Questo per non dimenticare che comunque le Lauree, le specializzazioni e le Abilitazioni di Stato sono come i preservativi: anche se ce l'hai non ti garantiscono al 100%. Ma non averli è molto peggio)
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Psicologo di Base Returns

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Si torna a parlare di psicologo di base. Stavolta con idee più concrete e un forte impegno. Ma chi è, cosa fa e come si diventa psicologo di base? 

Anni fa vi ho raccontato La leggenda dello psicologo di base, un essere mitologico metà medico, metà sciamano, metà psicoterapeuta, metà postadelcuore e  metà counselor (sì, ha 5 metà: ve l'ho detto che è mitotologico, no?) di cui si parla fin dalla notte dei tempi.

Come il calabrone che non sa di non poter volare e vola lo stesso,  anche Fulvio Giardina (il presidente degli psicologi italiani) non è stato avvertito che lo Psicologo di Base è una leggenda e si è incaponito a farla diventare una realtà.

Lo ha ribadito praticamente sempre: nei discorsi ufficiali, nei comunicati stampa, nelle interviste, probabilmente ne parla anche nel sonno, con il criceto, mentre fa la doccia... Non solo ne parla ma si sta dando da fare in modo concreto ed energico. Personalmente sono fiducioso.

Che compiti ha lo Psicologo di Base?

Lo PdB non esiste ancora, ma nelle proposte di legge, nelle sperimentazioni in studi medici e farmacie e all'estero emergono 3 principali varianti dello PdB:

  1. cointestato - siede accanto al medico di base e integra il suo intervento;
  2. affiancato - quella in cui riceve nella stanza accanto a quella del medico di base;
  3. integrato - quella in cui costituisce uno degli specialisti che lavorano in équipe.
Tutti sono comunque abbastanza concordi nel dire che lo PdB deve saper fare due cose: saper formulare una diagnosi psicopatologica e sapere quando inviare a specialista (indicazione di assistenza psicologica).

In sintesi, nella versione 1. interviene insieme al medico gestendo gli aspetti psicologici della relazione e della diagnosi. Nella versione 2. riceve i pazienti come qualsiasi medico di base (in Inghilterra ad esempio vanno solo coloro che sentono di averne bisogno e si tratta di interventi psicoterapeutici). Nella versione 3. fa un lavoro di équipe, interagendo con medici, dietologi, fisioterapisti etc. nella diagnosi, nella progettazione del piano di cura e nello svolgimento dello stesso.

Chi può fare lo Psicologo di Base?

A parte la ridicola proposta di legge 3215 che consentiva di fare lo psicologo anche ai non psicologi (una logica ferrea, non c'è che dire!), requisito ineludibile è l'iscrizione all'Albo A degli Psicologi.
E fin qui siamo tutti d'accordo.
Poi però vengono fatte proposte differenti:
  • per fare lo PdB basta essersi laureati con qualsiasi indirizzo;
  • solo i laureati in psicologia clinica o in psicologia dello sviluppo possono fare lo PdB ;
  • per fare lo PdB bisogna essere psicoterapeuti;
  • per fare lo PdB si deve frequentare un corso in salute mentale e in cure primarie per la medicina di base;
  • per fare lo PdB è necessario il titolo della Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute o il Master da Psicologo di Base.
La questione si può ridurre a 2 domande: è sufficiente qualsiasi laurea in psicologia o ci vuole una laurea sanitaria/clinica? È necessario avere competenze psicoterapeutiche?

Ecco come dovrebbe essere lo PdB secondo me

Credo che ci sia un equivoco alla base dello psicologo di base: si parla di "psicologo" come se esistesse un profilo unico, ma non è così.
Le competenze che si acquisiscono con i diversi iter formativi sono molto differenti, anche se alcuni si sentono competenti in tutto (→ articolo su "Lo psicologo factotum", prossimamente su FP). Andrebbe prima risolto questo equivoco, sennò continuiamo a parlare del busillis.

Io penso che ci siano 3 principi ineludibili a cui attenersi:
  1. per fare un lavoro bisogna saper fare quel lavoro
  2. per saper fare quel lavoro c'è bisogno di una formazione specifica per quel lavoro
  3. per sapere se uno ha la formazione specifica per quel lavoro bisogna che qualcuno verifichi che ce l'abbia
Lo so, sono delle banalità. Ma stranamente tendiamo a dimenticare proprio le cose più basilari. Come diceva Mario Brega: «Manco le basi del mestiere!».

Allo stato attuale, i corsi universitari 3+2 non sfornano professionisti competenti. L'EdS meno che mai, visto che abilita tutti a fare tutto.
E poi riflettiamo un attimo su un fatto: al vostro dottore di famiglia non sono bastati i 6 anni di laurea, i tirocini e l'abilitazione per diventare "medico di base". Per diventarlo ha dovuto sottoporsi a ulteriori 3 anni di formazione in medicina generale. Ecco perché se dipendesse da me proporrei questo iter formativo:

LAUREA (5 anni)
  • laurea in psicologia area sanitaria (clinica, salute, sviluppo...)
  • tirocinio durante la formazione, supervisionato e pratico;
  • esercitazioni pratiche su psicodiagnosi, formulazione del caso, tecniche del colloquio individuale e di gruppo.
ABILITAZIONE (2 mesi)
  • Esame di Stato differente per area sanitaria e area non sanitaria;
  • valutazione pratica della competenza nel formulare una diagnosi psicopatologica e sulla capacità di formulare un progetto di intervento clinico individuale
SPECIALIZZAZIONE (3 anni)
  • tecniche di prevenzione e  promozione della salute e tecniche di intervento per la gestione dei disturbi psichici lievi; 
  • tirocinio supervisionato in strutture sanitarie lungo tutti e 3 gli anni;
  • conoscenza della legislazione sanitaria e della psicofarmacologia;
  • terapia personale. 
Rimangono scoperte le questioni economiche, tipo chi finanzierà il progetto, quanto e da chi verrà pagato etc. Sembra che il CNOP e l'ENPAP si siano impegnati a metterci dei soldi, gli Ordini territoriali non si sa ancora.
Resta comunque da capire se il Ministero della Salute e la popolazione capiranno l'importanza strategica di questa professione. Altrimenti rischiamo di dare un'ottima risposta a una domanda che nessuno ci ha fatto.

Una cosa secondo me è certa: se per faciloneria, per ricerca di consenso o per fretta ci mandiamo i soliti noti, gli amici degli amici degli amici, le persone tanto impreparate ma tanto raccomandate... non solo bruceremo l'occasione di qualsiasi dialogo futuro con la Sanità ma ci daremo la zappa sui piedi come categoria professionale.
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Abolire la laurea triennale in Psicologia in tempi brevi

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La laurea triennale in psicologia e la formazione online sono inutili. Devono essere abolite in tempi brevi. Così promette il CNOP. 
La laurea triennale in psicologia? Inutile. Fa allungare l'iter formativo, non dà reali sbocchi professionali e intralcia con la formazione dello Psicologo, per cui  va «abolita in tempi brevi».
E già che ci siamo, bisogna abolire anche i percorsi di formazione on-line.

È quanto ha dichiarato il presidente del Consiglio Nazionale degli Psicologi Fulvio Giardina quando si è insediato e che ha ribadito al Sole24Ore un paio di settimane fa.
«Serve - spiega Giardina - una forte azione di valorizzazione della professione concertando innanzitutto con le Università la programmazione degli accessi ai corsi di laurea in psicologia, favorendo un ritorno in tempi brevi al corso di laurea quinquennale superando, quindi, quella triennale ed escludendo ogni percorso formativo proposto per via informatica, on-line».
Personalmente credo che quando verrà finalmente gettata la terra sulla bara della laurea triennale in psicologia nessuno verserà lacrime né porterà fiori (né opere di bene). Sarebbe stato bello se si fosse potuto iniziare a limitare gli accessi già da questo settembre, ma in tempi così stretti - e per di più in agosto - nei Ministeri neppure spostano una penna.

Riguardo ai percorsi di formazione online non so se sono d'accordo o no.

Dalle parole del comunicato non è chiaro se il CNOP intenda dare battaglia alle Università telematiche, se voglia ribadire che la formazione pratica in psicologia è ineludibile o se ce l'abbia con i millemila corsi di formazione extrauniversitari (ad esempio i master in psicologia dello sport, dell'alimentazione, sui DSA etc. che si svolgono solo via web, spesso solo con l'invio di qualche pdf e un esamino finale).

Secondo me l'iter formativo degli psicologi è fin troppo teorico. Ci vorrebbero molte più ore di tirocinio e di role-playing, lezioni partecipate ed esercitazioni pratiche (→ Come rendere professionale la Laurea in Psicologia). Quindi approvo che non si possa ottenere la laurea in psicologia con una formazione esclusivamente telematica.

Concordo ancora di più sulla selva incontrollata di corsi e corsetti, che non hanno alcuno standard qualitativo e costituiscono un far west nel quale finora nessuno ha messo mano (anche perché la maggior parte ha le mani proprio lì dentro).
È chiaro a tutti quanto è necessario e urgente intraprendere una regolamentazione e una certificazione di qualità per chi istituisce corsi formativi per psicologi. Non si può diventare "esperto in mediazione familiare" leggendo una decina di slide e rispondendo a 3 domandine su un form, il tutto rigorosamente dietro uno schermo, senza mai interagire né fare esercitazioni (che poi dietro lo schermo potrebbe esserci chiunque, pure la cognata dello psicologo o la sua vicina di casa....).

Mi auguro che l'urgenza e la fermezza delle parole di Giardina non rimangano parole ma si trasformino in atti concreti. Noi staremo qui a seguire come va e vi terremo informati.
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Come scegliere la scuola di psicoterapia

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Le scuole di psicoterapia in Italia sono tantissime. E sono quasi tutte diverse tra loro per ispirazione e per impostazione. Come si fa a sceglierne una? E in base a quali criteri? È giusto "andare dove ci porta il cuore"?
Capita spesso che alcuni Neo-Psicologi mi chiedano: secondo te, qual è la scuola di psicoterapia migliore? Come ti sei trovato tu con la tua? Ecco come rispondo solitamente ai Marielaidi e alle Marielaide.

Cara Marielaide,
visto che stai per terminare l'EdS e quindi siamo quasi colleghi, diamoci del tu. 
Al termine dell'Università, passata l'euforia della Laurea, passati l'impegno e la trepidazione per gli Esami di Stato, molti Psicologi si chiedono: a quale Scuola di Psicoterapia mi posso iscrivere? Qual è la migliore? E in base a quali criteri posso sceglierla?

Prima di rispondere a queste domande, permettimi di chiederti:
Sei proprio sicura che vuoi diventare psicoterapeuta?
Capiamoci: io penso che sia il mestiere più bello del mondo. Però se stai scegliendo di fare psicoterapia solo perché ti hanno detto: "Ommioddioooo! Ma non lo sai che per gli Psicologi non c'è lavoro?!" oppure "Krishnasantissimoooo! Non puoi fermarti a psicologia, non lo sai che senza psicoterapia non si lavora!?", allora stai sbagliando strada.
Innanzitutto perché sono affermazioni false. E poi perché la clinica era un mercato saturo anche quando la scelsi io, eppure l'ho scelta lo stesso. Perché? Masochismo? C'era uno spingitore di spingitori di psicoterapeuti? No: passione.

Ho iniziato a studiare psicologia perché ero rimasto folgorato a 20 anni sulla via di Lipsia. Volevo diventare come il mio psicoterapeuta Francesco (non gli ho mai potuto dire che avevo scelto psicologia e non l'ho mai ringraziato, ma spero che un giorno legga questo articolo). Sinceramente, quando ho iniziato a studiare Psicologia non immaginavo neppure esistessero "psicologie non cliniche". Per me la psicologia era la psicoterapia.

Prima di scegliere quale scuola fare, chiediti se è davvero quello che desideri fare. Informati bene sui costi, sull'impegno richiesto, sul mercato potenziale, sui pro e i contro e, se la risposta è ancora sì, segui la tua passione (vale per qualsiasi mestiere sceglierai).

In base a cosa ho scelto la mia scuola di psicoterapia?

Mano a mano che studiavo all'Università, ho gradualmente capito che aggiungere aggettivi fandom dopo la parola "psicoterapeuta" (cognitivo, psicodinamico, sistemico, transazionale etc.) non aggiungeva niente. Anzi, mi convinsi che rischiava di mettere in ombra gli unici aggettivi di cui mi interessava davvero: psicoterapeuta capace, umano, intelligente, onesto, cordiale, efficace, preparato...

Purtroppo che io sappia non esiste nessuna scuola "laica" di psicoterapia, attualmente. Fanno tutte capo a qualche "fan club" (=approcci) dedicato a qualche personalità morta o vivente. Quindi, mia cara Marielaide, sei costretta a scegliere tra le scuole di psicoterapia esistenti.

Nella scelta, puoi percorrere 3 strade:
  1. scegliere l'indirizzo: seguire i criteri adottati dalla massa, ad esempio: "vado dove mi porta il cuore" (emotività superficiale), "scelgo l'indirizzo migliore" (presunzione illusoria), "scelgo l'approccio che scava veramente nel profondo" (presunzione doppia) o "clicco sulla scuola che mi piace" (facebookismo)
  2. scegliere la scuola: valutare quale istituto ha docenti capaci, un metodo di insegnamento efficace, strutture e percorsi adatti allo scopo, cioè insegnarti il mestiere di psicoterapeuta. 
  3. lanciare una monetina.
Sulla terza opzione non dico nulla, sai già tutto dai corsi di statistica.

Riguardo alla strada n°1 mi viene in mente una Conferenza tenuta da Eric Berne a un congresso di psicoterapeuti, ai quali disse: nessun medico si sognerebbe mai di apprendere solo i concetti e le tecniche "che sente più vicine al proprio animo". Ma soprattutto nessuna persona sana di mente andrebbe da un medico (o un architetto o un idraulico) che si è formato in questo modo.
- «Dottore, dottore, presto! Sto soffocando!»
- «Mi spiace, signora, ma le tecniche per disoccludere la faringe non le sentivo vicine al me e non le ho studiate»

Secondo me, il mio amico Leibniz (il filosofo parruccone che vedo solo io) compare nella vita degli psicologi dopo che scelgono l'indirizzo, perché a quel punto devono convincersi di aver scelto "il migliore degli indirizzi possibili".

La scuola di psicoterapia migliore è quella che ti forma meglio

Scegliere la scuola significa aver chiaro che entrare a far parte di un "fan club" non farà di te un terapeuta migliore. Ti costringerà a pensarlo, così come costringe ogni tifoso a pensare che la propria squadra, il proprio quartiere, il proprio colore della pelle, il proprio credo, la propria regione, nazione, continente o pianeta è migliore degli altri. E non importa che il "fan club" sia dedicato a Jung, alla Benjamin, a Freud, a Berne, alla Klein,  a Lazarus o a Beck.

Scegliere la scuola significa capire che non sarai un terapeuta migliore solo perché il mondo intrasoggettivo lo chiami Modelli Operativi Interni, Schema, I.P.I.R., Oggetti interiorizzati, Schema-Sé, Imago fantasmatiche o in qualsiasi altro modo. E significa anche avere i piedi piantati per terra:
La scuola migliore è quella che ti forma nel modo migliore!
Prova a pensarla in termini di "contenitore" e non di "contenuto". E consideralo l'inizio del tuo addestramento (togli la cera - metti la cera, Marielaide-san) perché come psicoterapeuta sarai chiamato a comprendere i processi del paziente senza farti sedurre dal canto del contenuto.

Ma alla fine - mi dirai tu - in base a quali criteri la scelgo la scuola praticamente?

Locandine e i siti internet non dicono moltissimo: cerca di informarti personalmente su chi sono i docenti; contatta qualcuno che ha iniziato a frequentarla; chiedi di assistere a qualche lezione per capire il metodo di insegnamento; vai agli "Open day" e conosci le persone, informati su quali strutture hanno per esercitazioni, supervisioni e  tirocini e come funzionano.

Prima di salutarti, cara Marielaide, un ultimo consiglio: se vedi che ragionano da "fan club", fuggi a gambe levate!
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Schiavi Moderni Visibili Lodevoli Nobili e Meritori!

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Lo specchietto per le allodole della "Visibilità" e dell'azione "Meritoria" ancora una volta riduce la professione dello Psicologo ad un hobby. La cosa più triste è che a farlo è un'istituzione che dovrebbe promuovere la nostra professionalità e il nostro reddito.
Sulla mia casella postale ho ricevuto la solita mail dell'Ordine degli Psicologi Abruzzo, stavolta col titolo: "Amministratore di Sostegno". Mi appresto a leggerla sperando in qualche bella notizia, tipo che l'Ordine in accordo col tribunale ha promosso corsi di formazione per i futuri amministratori di sostegno, o chissà che altro. La mia fantasia vola e leggo curioso.
  • Una sintetica descrizione dell'Amministratore di Sostegno
  • Le leggi di riferimento che regolano questo ruolo
  • e poi, dulcis in fundo...la perla! Scrive il Presidente:

«L’inserimento di questa notizia sul nostro sito si sostanzia solo con l’idea di diffondere questo nuovo istituto all'interno della Comunità degli Psicologi ritenendo che coloro che volessero impegnarsi nella funzione volontaria di AdS occuperebbero uno spazio di visibilità e rappresentazione sociale della Professione senza un vantaggio economico personale. Un impegno di spessore per promuovere la nostra professione, un’azione lodevole nobile e meritoria»
Non so più quante volte ho sentito dire cose del genere: "Non ti do una lira, ma avrai visibilità", "È gratis, ma potrai farti conoscere", subito seguito da frasi del tipo: "È così che funziona oggigiorno!".

Non voglio entrare nel merito del "cui prodest?" ma mi fa veramente tristezza pensare che l'ente che dovrebbe tutelare la nostra professione e promuoverla, per creare LAVORO (quello retribuito!), per sostenere i professionisti nei loro tentativi di affermare il proprio LAVORO, proponga come soluzione il Volontariato.
"Non hai lavoro? Fai volontariato magari ti dice culo! E poi una professione senza un vantaggio economico e personale è, lodevole, nobile e meritoria! Mica come quei maledetti approfittatori che si fanno pagare (Che schifo! Satana li accolga!), loro non sono lodevoli, nobili e meritori!".

Ma quello che mi fa ancora più tristezza è che noi psicologi siamo arrivati ad un punto in cui, oltre a spendere decine di migliaia di euro in formazioni infinite, ci facciamo tirocini pre-lauream, post-lauream, tirocini di specializzazione, seminari, corsi di formazione, attività di volontariato, tutto rigorosamente gratuito per cercare questa fantomatica visibilità... e ci sta bene!

Stiamo svilendo la nostra professione e la nostra professionalità e lo accettiamo. Stiamo dichiarando che il nostro lavoro potrebbe essere anche un hobby da fare gratis e facciamo spallucce. Ascoltiamo chi demonizza il compenso per il nostro lavoro e ci schermiamo con "è così che funziona oggi".
Il mio amico Enrico Nicolò una volta mi disse:
«Se agli psicologi gli dicessero che come prova dell'Esame di Stato ci sono anche i 100 metri di corsa, gli psicologi comincerebbero ad allenarsi».
Che fine stronza compà! "Ave Di Iullo, morituri te salutant!".
Grazie Ordine... approfitterò senz'altro di questa "proposta lodevole, nobile e meritoria". A proposito....a quanto ammonta il vostro lodevole, nobile e meritorio gettone di presenza?
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Come rendere professionale la Laurea in Psicologia

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Il vertice Ordine Psicologi Lazio - Enpap - Università è stato annunciato come un evento epocale, ma nessuno se l'è filato: niente confronti, niente discussioni, nessuna risonanza sui social.
Peccato.
È un peccato perché i temi affrontati erano proprio quelli che ci si ritrova a discutere da sempre tra colleghi: il Tirocinio, gli Esami di Stato, lavoro che manca, possibilità di reddito, formazione che sforna filosofi anziché professionisti. Ce ne occupiamo qui su FarePsicologia, iniziando dalla formazione universitaria professionalizzante.

Le due proposte della Commissione Università di OPLazio

  1. formazione universitaria professionalizzante sin dai percorsi triennali;
  2. incontri tra studenti e Ordine su tematiche professionali.
Condivido al 100%. La formazione universitaria attuale non forma professionisti e rende i laureati dipendenti dalle società/scuole che erogano formazione e dalle scuole di psicoterapia (i rappresentanti degli atenei hanno risposto "ni", causa trauma da "esamificio", dicono).

Buona la proposta di fare degli incontri tra studenti e rappresentanti dell'Ordine su deontologia, costruzione di carriera, mercato etc. C'è il pericolo però che le Università li inseriscano nei curricula come un "di più" evitando di fare i cambiamenti strutturali.

Le mie proposte per rendere professionale il corso di Psicologia

Se avessi io l'incarico di avanzare proposte per rendere l'iter formativo dello psicologo più professionalizzante, per i clinici proporrei:
  • imparare l'uso dei principali test (somministrazione scoring e interpretazione);
  • imparare in modo pratico le tecniche del colloquio;
  • imparare a stilare un referto psicodiagnostico o di personalità;
  • corso obbligatorio di deontologia con studio di casistiche reali;
  • imparare a realizzare (ideare scrivere e condurre) un progetto individuale di abilitazione-riabilitazione.
per chi opera nel sociale o nell'ambito del lavoro proporrei:
  • imparare l'uso degli strumenti di selezione;
  • imparare a stilare il bilancio di competenze e a fare orientamento:
  • imparare praticamente a fare progetti (anche europei) e ricerca-azione;
  • imparare la legislazione utile a interfacciarsi nelle istituzioni.
Penso che sia venuto il tempo, da parte delle Università e delle Istituzioni di essere coraggiosi e potare i rami secchi, cioè eliminare corsi superflui o poco professionalizzanti, senza girarci intorno e fare sofismi per difendere qualche cattedra.

Sono solo alcune idee pratiche delle tante possibili. Se io avessi "il potere assoluto" farei una riforma ancora più radicale (magari ve ne parlerò in un post tipo "Se io fossi il dittatore della psicologia").

Mi rendo conto che il potere di intervenire in questa materia spetta ad un accordo tra MIUR e CNOP e non a sei università, una regione e un ente previdenziale. Ma è un buon inizio. Ed è buono che se ne sia iniziato a parlare. Ora che sono finite le vacanze, però, dobbiamo valorizzare l'evento e renderlo occasione per confrontarsi su questi temi.

Ad esempio: voi che state studiando psicologia di cosa sentite l'esigenza? Cosa vi piacerebbe che venisse introdotto per rendere professionale il vostro iter formativo?
** Limitatevi all'iter universitario, perché di EdS e tirocini ne parleremo negli altri articoli dedicati al vertice **
E voi colleghi che già lavorate: in base all'esperienza maturata, cosa introdurreste nel corso di laurea? Di cosa vi siete resi conto che avreste avuto bisogno per essere davvero abilitati all'esercizio della professione?
** Limitatevi all'iter universitario, perché di EdS e tirocini ne parleremo negli altri articoli dedicati al vertice **
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